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MILLE EURO IN LEGGE DI STABILITA’ PER LE FAMIGLIE NUMEROSE POVERE. MARIO SBERNA: UN SEGNO DI ATTENZIONE

Con la legge di stabilità ci saranno 45 milioni destinati a 45mila famiglie numerose e in povertà. Riceveranno mille euro. Si tratta di un primo strumento di lotta alla povertà strutturale, approvato all’unanimità in Commissione bilancio e presto in discussione in Camera.
Soddisfatto a metà il deputato bresciano Mario Sberna, che tanto si era battuto per misure a favore delle famiglie con figli. «Tra i tanti emendamenti – rileva Sberna – si è salvato solo questo». La modifica apportata dal governo, peraltro, prevede che i mille euro siano destinati solo alle famiglie con un Isee uguale o inferiore a 8.500 euro («avevo chiesto che il limite richiesto fosse di almeno 20mila euro Isee») che le famiglie interessate abbiano figli minori («eppure i diciotto anni si fanno, se va bene, in quarta superiore») e non a carico.
«Tuttavia – riconosce Mario Sberna – è il primo vero intervento a favore delle famiglie numerose dopo molti anni (in precedenza solo il governo Prodi aveva messo soldi per le nostre famiglie). Un segno di attenzione importante del governo Renzi».
Sulla stessa lunghezza d’onda Alessandro Soprana, direttore dell’osservatorio politico dell’Associazione nazionale famiglie numerose: «ora che con il nuovo Isee ogni bene immobile ed immobile acquisisce valore, persino un disgraziato come Lazzaro di evangelica memoria avrebbe un Isee superiore alla soglia di 8.500 euro, se non altro perché, dopo che era stato resuscitato, era pur sempre titolare… del suo sepolcro».

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JOBS ACT: LE PERSONE AL PRIMO POSTO!

RAVAGLI - GIURAMENTO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA GIORGIO NAPOLITANOPur apprezzando alcune positive novità del Jobs Act, continuo a pensare che la giustizia sia fondamento della società e dunque non possa essere svenduta come merce. Per il bene della società stessa, poiché non c’è pace senza giustizia. L’innocente, cioè colui che non ha nuociuto, non ha fatto nulla di male (non colui che non lavora, o ruba, o timbra e poi va a fare la spesa: tutti costoro non sono contemplati in quello che era l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, perché non sono innocenti), non può essere calpestato perché calpestandolo si calpesta la dignità umana e la giustizia. E non si pone freno alla disoccupazione. Penso anzi che il modo odierno di concepire l’attività economica, nella ricerca della massimizzazione di un vantaggio economico, non abbia alcun interesse a frenare la disoccupazione, ben al contrario: ampie aree di flessibilità nel lavoro e di disoccupazione creano infatti condizioni ideali per rendere meno remunerativo il salario e condizionare il lavoratore precario a rinunciare a lottare per giuste cause. L’eccesso di flessibilità nel lavoro è dunque una tragedia morale non solo perché crea fortissima dipendenza ma anche perché impedisce agli esseri umani di costruire se stessi e di servire la comunità, oltre a ledere un diritto fondamentale dell’uomo e la sua stessa dignità. L’enciclica Laborem exercens si esprime al riguardo molto energicamente: “La realizzazione dei diritti dell’uomo nel lavoro non può essere condannata a costituire solamente un derivato di sistemi economici i quali … siano guidati soprattutto dal criterio del massimo profitto”.
Non posso arrendermi di fronte ad una pretesa “modernità” o inevitabilità delle leggi del mercato liberista, perché l’economia è a servizio dell’uomo e non il contrario. Come ricorda il Concilio, il lavoratore è sempre un essere umano e quindi soggetto di scelte sulla propria esistenza e non oggetto di scelte altrui, in specie quando queste scelte riguardano l’attività con cui l’uomo si realizza: significa che al centro della giustizia ci possono stare anche i beni materiali o i servizi ma soprattutto ci sta la persona. I diritti dell’uomo stanno prima delle cose, perché la giustizia morale esiste solo a partire dalle persone e per le persone. Renzi, realizzando il sogno di Berlusconi coltivato per anni, ha messo al primo posto le cose, non le persone. Io non ci sto.

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RECUPERO OPERE D’ARTE: È DAVVERO CONVENIENTE PER GLI IMPRENDITORI?

arteÈ davvero conveniente per un imprenditore finanziare il recupero di un’opera d’arte? È quanto chiede Mario Sberna al ministro per i beni culturali Dario Franceschini in una interrogazione. Sberna ricorda come, in un recente convegno, il ministro abbia dichiarato che «con l’Art Bonus chi in passato ha lamentato la mancanza di incentivi non indugi a contattare il Ministero per apportare il suo contributo al recupero delle opere d’arte che più necessitano sovvenzioni». Eppure, osserva Sberna, secondo Confcultura, l’associazione che riunisce gli operatori privati dei beni culturali, l’«Art Bonus, introdotto dall’articolo 1 del decreto legge n. 83 del 31 maggio 2014, non favorirebbe, così come era nelle intenzioni, la diffusione del nuovo strumento agevolativo». Il motivo «risiederebbe nel meccanismo dell’agevolazione fiscale prevista per chi eroga risorse destinate alla cura ed il recupero delle opere d’arte, che non invoglierebbe le aziende a differenza del meccanismo per le persone fisiche che favorirebbe molto  il cosiddetto micro mecenatismo». L’articolo 1, infatti – spiega Sberna « prevede per le aziende un tetto massimo di credito di imposta detraibile in 3 anni pari al 5 per mille dei ricavi, mentre per le persone fisiche  la percentuale detraibile in tre anni è pari al 15 % del reddito imponibile». Il ministro risponderà al question time.